9 ottobre 2006, parrocchie Gesù Risorto e Madonna di Fatima
Il primo documento dei Vescovi italiani sulla famiglia risale al 1969 e s’intitola: Matrimonio e famiglia oggi in Italia. Le discussioni sul divorzio, che di lì a poco sarebbe stato introdotto nell’ordinamento legislativo del nostro Paese, e la necessità di dare voce alle innovative indicazioni del Concilio Vaticano II avevano spinto i Pastori a richiamare l’attenzione sulla famiglia. Quel documento era il primo di una lunga serie di interventi che hanno segnato la vita pastorale della nostra Chiesa. Era l’anno zero della pastorale familiare, come scrisse in quel periodo Gannino Piana in riferimento alla questione prematrimoniale che allora muoveva timidamente i primi passi.
Sono passati più di tre decenni, tanta acqua è passata sotto i ponti. Gli interventi magisteriali sono stati molteplici, forse troppi. Giovanni Paolo II ha voluto dedicare alla famiglia il primo Sinodo dei Vescovi da lui presieduto ed ha donato alla Chiesa l’Esortazione Familiaris consortio (1981), che rimane ancora oggi la magna charta della pastorale familiare. La Conferenza Episcopale Italiana è intervenuta più volte, a partire dal documento Evangelizzazione e sacramento del matrimonio (1975) per arrivare al Direttorio di pastorale familiare (1993) che raccoglie e sintetizza un’intera generazione di riflessione teologica ed esperienze pastorali. Anche il Pontificio Consiglio per la Famiglia, sotto la guida dinamica del cardinale Alfonso López Trujillo, ha prodotto molti documenti in questi anni, l’ultimo, dal titolo Famiglia e procreazione umana (2006), è stato pubblicato appena qualche mese fa.
La moltiplicazione dei documenti è senza dubbio indice di una particolare attenzione alla tematica familiare ma non comporta automaticamente lo sviluppo di una pastorale adeguata. Anzi, la mia impressione è che si vada allargando il divario tra la dottrina ecclesiale, proposta in forma autorevole nei documenti del magistero, e la prassi pastorale, che stenta a trovare una forma adeguata. La riflessione teologica è ricca e le indicazioni pastorali sono certamente interessanti; ma nelle Chiese locali si cammina assai più lentamente. In alcune realtà ecclesiali la pastorale familiare muove ancora i primi passi, facciamo fatica a far passare una mentalità in cui la famiglia entra a far parte dell’ordinaria progettualità pastorale.
È questa d’altra parte l’amara constatazione fatta da mons. Renzo Bonetti che, dopo aver guidato per sette anni l’Ufficio Nazionale per la Pastorale familiare, dando un apporto davvero significativo per lo sviluppo di una teologia nuziale, ha deciso di fare il parroco di una popolosa parrocchia della sua diocesi per sperimentare forme pastorali adeguate al vissuto della famiglia e al contesto parrocchiale. È questo dunque l’ambito in cui nei prossimi decenni la Chiesa dovrà investire maggiori energie.
1. I soggetti pastorali
Contrariamente al solito iniziamo dall’indicare quali sono i soggetti della pastorale familiare e quali i compiti che ciascuno può e deve esercitare. Come vedremo subito questa riflessione non è soltanto di carattere operativo.
La prima responsabilità appartiene al Vescovo e, di conseguenza alla Chiesa locale nel suo insieme. La diocesi deve farsi carico di un progetto pastorale che abbia a cuore la famiglia, anzi che metta la comunità domestica al centro dei suoi interessi. Quando parliamo della famiglia non siamo di fronte ad un problema sociale, antico nuovo, ad un disagio che chiede un particolare intervento di natura caritativa o pastorale – penso ad esempio alla realtà dell’immigrazione o a quella del dialogo con l’islam, per citare due situazioni che sono oggi in primo piano. La famiglia è fondata sul sacramento del matrimonio, che insieme all’Ordine Sacro è destinato all’edificazione della Chiesa. La famiglia è dunque oggettivamente un elemento insostituibile della struttura ecclesiale, non per niente viene chiamata “chiesa domestica”.
Il progetto pastorale della diocesi investe tutti gli uffici e gli organismi pastorali diocesani, in esso sono contenute le indicazioni, aggiornate di volta in volta, in ragione dei mutamenti socio-culturali, circa il servizio da rendere alla famiglia. I1 processo formativo non può essere limitato solo ai percorsi che mette in atto l’Ufficio Famiglia della diocesi, ma interessa anche la Caritas, l’Ufficio Liturgico, l’Istituto di Scienze Religiose, ecc. Ciascun organismo pastorale ha il dovere di tradurre la scelta pastorale per la famiglia in scelte e iniziative adeguate.
Subito dopo emerge la responsabilità della parrocchia. È qui che il Vangelo s’incarna, è qui che la gente riceve il latte spirituale, è qui che la fede di nutre si relazioni umane significative. Il documento Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia (2004) è un ottimo punto di partenza per svolgere una riflessione sul ruolo della parrocchia. In esso leggiamo:
“La parrocchia missionaria fa della famiglia un luogo privilegiato della sua azione, scoprendosi essa stessa famiglia di famiglie, e considera la famiglia non solo come destinataria della sua attenzione, ma come vera e propria risorsa dei cammini e delle proposte pastorali”
La presenza dei movimenti, e in particolare di quelli che sono specificamente dedicati alla spiritualità coniugale e familiare, rappresenta una significativa ricchezza per la parrocchia perché mette a disposizione di tutti quei carismi suscitati dallo Spirito a vantaggio della Chiesa (1Cor 12,7). Nel ventesimo secolo lo Spirito ha suscitato numerosi movimenti che hanno contribuito in maniera significativa allo sviluppo di una nuova teologia del matrimonio e alla promozione della pastorale familiare. Basta pensare all’Équipe Notre Dame, un movimento nato in Francia nel 1940 e oggi diffuso in tutto il mondo; alle Famiglie Nuove, nato dell’ambito del movimento dei Focolari. Una parrocchia intelligente saprà valorizzare questi carismi, che sono doni dello Spirito, in una più ampia strategia pastorale.
Ma vi è ancora un altro soggetto pastorale, il più importante: ed è la famiglia stessa. In un documento della CEI pubblicato a metà degli anni ’70 leggiamo: “La famiglia, nata dal matrimonio, non è solo rivolta al proprio perfezionamento, ma diventa espressione e presenza missionaria della Chiesa nel contesto della vita sociale”. A più di quaranta anni dal Vaticano II facciamo ancora fatica a comprendere il ruolo specifico che la famiglia può e deve svolgere nella comunità ecclesiale.
“Nella Chiesa particolare vivono le famiglie cristiane, come chiese domestiche, hanno un posto e un compito insostituibile per l’annuncio del Vangelo. I coniugi perciò in forza del loro ministero non sono soltanto l’oggetto della sollecitudine pastorale della Chiesa, ma ne sono anche il soggetto attivo e responsabile in una missione di salvezza che si compie con la loro parola, la loro azione e la loro vita” (Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 59).
Gli sposi, in virtù della grazia sacramentale del matrimonio, sono abilitati ad annunciare il Vangelo dell’amore, con le parole e le opere. Questa consapevolezza non è affatto scontata. Siamo abituati a pensare la ministerialità ecclesiale dei laici come espressione del battesimo, dimenticando o trascurando il sacramento del matrimonio che ingloba e dona un’impronta specifica alla grazia battesimale. I1 rinnovo delle promesse nuziali ha lo scopo di invitare gli sposi a prendere coscienza della grazia che hanno ricevuto.
“Gli sposi – leggiamo ancora in Evangelizzazione e sacramento del matrimonio – sono consacrati per essere ministri di santificazione nella famiglia e di edificazione della Chiesa”. Il documento episcopale riprende la lezione conciliare: nella Lumen gentium infatti si dice che gli sposi “hanno, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio”. Si tratta di indicazioni precise ma che faticano ancora ad entrare nella coscienza del popolo di Dio e ad innervare la pastorale. Non si tratta infatti solo di insistere sulla partecipazione dei laici ma sulla specifica missione affidata agli sposi. Non mi pare che sia un argomento assai diffuso.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica si spinge più in là quando afferma: “l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio”. Non facciamo fatica a comprendere qual è la specifica missione del presbitero, più difficile è precisare il compito agli sposi.
Ai coniugi è affidata la missione di annunciare il Vangelo dell’amore e di essere nella comunità ecclesiale testimoni della fedeltà di Dio. Vi sono ambiti specifici in cui essi possono svolgere il loro ministero: accompagnare i giovani al matrimonio, sostenere gli sposi nel matrimonio, stare accanto alle famiglie in difficoltà, ecc. Ma vi è anche una missione che passa per la vita ordinaria, quella che si consuma nel contesto della comunità domestica e quella che viene vissuta nella comunità parrocchiale. La presenza attiva delle famiglie nella vita parrocchiale immette nella pastorale una sensibilità particolare, un’attenzione che poi si traduce in scelte preferenziali e iniziative specifiche.
2. Obiettivi pastorali fondamentali
La Chiesa ha il compito di annunciare la verità del matrimonio, di celebrarlo nel suo mistero e di aiutare le coppie a vivere questo dono nell’esistenza quotidiana. Secondo Giovanni Paolo II la pastorale familiare ha un duplice fine: 1) “rendere la comunità ecclesiale più sollecita verso il bene cristiano e umano delle coppie e delle famiglie”; 2) “sollecitare il protagonismo proprio e insostituibile delle coppie e delle famiglie stesse nella Chiesa e nella società”.
La parrocchia deve gradualmente sviluppare un’attenzione alla famiglia che abbraccia tutti gli ambiti della pastorale ordinaria: dalla catechesi ai fanciulli all’accompagnamento degli anziani, dalla celebrazione liturgica all’impegno caritativo. La famiglia è sempre coinvolta perché è il cuore di ogni realtà umana. Nel Direttorio di pastorale familiare leggiamo:
“In tale prospettiva, la pastorale familiare, in modo organico e sistematico, deve assumere un ruolo sempre più centrale in tutta l’azione pastorale della Chiesa, dal momento che, di fatto, quasi tutti gli obiettivi dell’azione ecclesiale o sono collocati entro la comunità familiare o almeno la chiamano in causa più o meno direttamente. Sotto questo profilo, la famiglia è di sua natura il luogo unificante oggettivo di tutta l’azione pastorale e deve diventarlo sempre di più, sicché dovrà diventare abitudine acquisita considerare i riflessi e le possibili implicazioni familiari di ogni azione pastorale che viene promossa. La pastorale familiare, in altri termini, è e deve essere innestata e integrata con l’intera azione pastorale della Chiesa, la quale riconosce nella famiglia non solo un ambito o un settore particolare di intervento, ma una dimensione irrinunciabile di tutto il suo agire”.
Affermare che tutta la pastorale deve avere una dimensione familiare non vuol dire negare la necessità di avere iniziative specifiche rivolte alla famiglia, come dice lo stesso Direttorio: “la stessa pastorale familiare domanda l’attuazione di iniziative e attenzioni particolari e specifiche, rivolte a quanti si preparano alla vita matrimoniale, agli sposi e ai membri della famiglia”. Il cammino pastorale deve cercare di sviluppare organicamente i diversi ambiti in cui si articola l’esperienza affettiva della coppia e la vita delle famiglie. Sono quattro gli ambiti fondamentali di questo cammino:
- preparare i giovani al matrimonio (puntando su una più ampia catechesi che abbraccia anche l’adolescenza e la stagione del fidanzamento);
- accompagnare gli sposi nel matrimonio (creando gruppi in cui i coniugi possono ritrovarsi per rileggere la propria esperienza alla luce del Vangelo);
- educare gli sposi ad accogliere con gioia e responsabilità la vita (promovendo la conoscenza dei metodi naturali);
- aiutare i genitori a svolgere il difficile compito educativo (offrendo la possibilità di approfondire queste tematiche con l’aiuto di esperti).
Ci sono ovviamente molti altri temi che possono e devono essere sviluppati, mi limito a citarne due che mi stanno particolarmente a cuore: a) sostenere i separati e accompagnare quelli che hanno scelto di dar vita ad una nuova unione coniugale che la Chiesa giudica irregolare e che di fatto impedisce di accostarsi ai sacramenti; b) stare accanto alle famiglie che hanno figli disabili e che spesso si trovano da sole a portare questo peso e sono di fatto impossibilitate a partecipare più intensamente alla vita ecclesiale. Questi ed altri ambiti potranno trovare adeguata accoglienza e graduale sviluppo solo nel contesto di una pastorale familiare che ha formato e coinvolto gli sposi.
II primo obiettivo che una pastorale familiare deve porsi è quello di rendere gli sposi stessi, insieme ai loro figli, testimoni privilegiati e protagonisti di una nuova e feconda stagione evangelizzatrice. Inizialmente si tratta di un primo gruppo, quelli più sensibili e disponibili, ma grazie a loro sarà possibile raggiungere tanti altri sposi.
3. La famiglia, chiesa domestica
Il primo impegno della pastorale familiare e dunque quello di coinvolgere gli sposi nel cammino della fede, accompagnandoli verso una progressiva scoperta del mistero nuziale e della straordinaria vocazione del matrimonio. Nella misura in cui gli sposi accolgono l’annuncio della fede e fanno esperienza della grazia che risana e vivifica il loro amore, accettano la sfida di accompagnare gli altri, fidanzati e sposi, sulla via dell’amore. Essi diventano i primi e più credibili testimoni della fede e dell’amore, anzi dell’amore che mediante la fede risplende in tutta la sua bellezza.
Attraverso i coniugi la verità dell’amore passa in tutta la famiglia e coinvolge anche i figli. Grazie al cammino di fede, gli sposi prendono coscienza di essere la casa di Dio,la dimora in cui Egli abita, il luogo in cui Egli viene ogni giorno a passeggiare. Nasce così la chiesa domestica, la piccola chiesa in cui sono proprio gli sposi i ministri di Dio: essi infatti presiedono la preghiera quotidiana e benedicono i figli, ascoltano e proclamano la Parola, donano e invitano anche gli altri a donare il pane della riconciliazione. È questo il punto di arrivo del cammino, si tratta di una meta certamente ardua ma non impossibile se viene preparata e sostenuta con la fede.
La famiglia come chiesa domestica è un capitolo sostanzialmente nuovo della pastorale. Siamo abituati a pensare che la vita della comunità cristiana ruota attorno alla chiesa parrocchiale, il movimento pastorale è di natura centripeta, tutto converge verso il centro. In questo modo non solo penalizziamo le famiglie e non ci adattiamo alle loro esigenze ma non riconosciamo la natura teologica della famiglia intesa come chiesa domestica. Eppure gli sposi, plasmati dalla grazia sacramentale del matrimonio, hanno ricevuto una precisa missione, sono chiamati ad essere nella Chiesa “le agenzie periferiche della Trinità”, come amava dire don Tonino Bello con un’espressione assai suggestiva.
Nella comunità primitiva - ma così è rimasto sostanzialmente nei primi tre secoli - la casa domestica rappresentava il primo e indispensabile riferimento della vita ecclesiale. Questa prassi è molto lontana dall’attuale organizzazione della vita pastorale in cui tutto è con-centrato sulla parrocchia. La famiglia ha perso gradualmente il suo ruolo fino ad essere privata anche di quei compiti che appartengono alla sua naturale missione: la trasmissione della fede ai figli, ad esempio, rimane teoricamente affidata ai genitori, di fatto è compiuta dalla comunità ecclesiale. Questo spostamento dalla famiglia alla parrocchia, dalla casa alla chiesa oscura il carisma del matrimonio.
Oggi si parla molto e giustamente dei carismi che arricchiscono la vita e la missione della Chiesa. Non possiamo chiudere gli occhi sui doni che lo Spirito ha fatto alla Chiesa. Ma non dobbiamo dimenticare che il primo carisma, di cui la Chiesa non può assolutamente fare a meno, è proprio quello affidato agli sposi. Movimenti ecclesiali e istituti religiosi, possono anche venir meno perché hanno esaurito la loro funzione storica, la famiglia invece rimane come luogo e via fondamentale della chiesa. Il carisma che Dio affida agli sposi non è storicamente contingente ma appartiene alla natura stessa della Chiesa.
Parlare della casa come chiesa domestica vuol dire sottolineare tre cose (posso solo accennare a questi temi che richiederebbero ben altro approfondimento): a) la famiglia come luogo primario della trasmissione della fede; b) la casa come santuario; c) la famiglia come luogo di accoglienza e di esperienza della carità. La casa insomma come luogo ecclesiale, non in alternativa alla chiesa parrocchiale ma in piena sinergia con essa. Scrive mons. Sonetti, in un recente articolo, che la casa rappresenta il primo passaggio per coloro che vogliono conoscere la fede, il primo passo per assaggiare cosa è la Chiesa.
Tutti temi importanti. Mi limito a dire qualcosa sul secondo. Se la famiglia è chiesa domestica, anche la casa acquista la dignità di un santuario, di un luogo cioè dove la comunità si raccoglie per la preghiera di lode o di invocazione. (Non dimentichiamo che il termine duomo, che indica la chiesa cattedrale, viene da domus, che vuol dire casa: vi è come un indissolubile intreccio tra casa e chiesa). Senza dubbio la preghiera domestica è intessuta del vissuto ed è fatta anche dell’offerta quotidiana, come scrive Giovanni Paolo II. Ma possiamo pensare ad altre forme di preghiera o addirittura a celebrazioni liturgiche adatte alla vita e alla specifica missione della famiglia? A mio parere si, per questo ho elaborato nel corso degli anni alcune liturgie che ritmano il cammino della vita familiare: l’attesa per la nascita di un figlio, il ringraziamento dopo il parto, la preparazione alla prima Eucaristia dei figli, ecc. Questi eventi, che segnano profondamente la vita di una famiglia credente, non possono non avere un’impronta liturgica che, in alcuni casi, trova anche nella casa, proprio nella casa, il suo epicentro.
Qualche tempo fa, parlando con una coppia di sposi che si preparava a celebrare la prima Eucaristia della loro prima figli, dissi che quello doveva essere per loro un anno intensamente eucaristico, anzi proposi loro di proclamarlo anno eucaristico della loro chiesa domestica. Una battuta? No, una salutare provocazione, un modo per far riflettere sul ruolo e la dignità della chiesa domestica. |